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martedì 21 gennaio 2014

"Lucernario" di José Saramago

Quando termino la lettura di un romanzo mi sembra sempre di essere sola, sento l’amaro in bocca che segue la parola “addio” quando viene pronunciata. Mi affeziono talmente tanto ai personaggi che quando leggo le loro storie mi sento lì presente, ad osservarle in prima persona. Mi sembra di conoscere tutti i loro segreti, anche quelli che non vengono raccontati dall’autrice o dall’autore. Mi sento madre, mi sento amante, mi sento investigatore e chi più ne ha più ne metta.
Proprio ieri sera ho dovuto dire addio ai coinquilini di un palazzo portoghese, le cui storie sono state sapientemente narrate da José Saramago. E’ di Lucernario che sto parlando il cosiddetto “Romanzo perduto” scritto tra gli anni ’40 e ’50, che l’autore stesso neanche voleva pubblicare. Sarebbe stato un vero peccato e una vera perdita per gli amanti della letteratura portoghese, una vera perla del premio Nobel per la letteratura nel 1998.

“In tutte le anime, come in tutte le case, al di là della facciata, c’è un interno nascosto”
dice Brandão, e come non pensare che questa sia la citazione più azzeccata per Lucernario. Ogni nuovo capitolo è come una finestra che si apre su un appartamento, una luce che si accende in una stanza. Quasi ti sembra di spiare dietro i vetri quando i padroni della casa scostano le tende o fanno prendere aria alla stanza. Sei appartamenti e sei storie di vita, sei storie di famiglie che a sorpresa del lettore neanche si intrecciano poi più di tanto. I personaggi entrano in contatto tra di loro solo attraverso i tipici pettegolezzi da vicinato, solo qualcuno di loro si incontra veramente. Con una profondità inimmaginabile Saramago ci regala la storia di Justina e Caetano, quella di Emìlio e Carmen, quella ancora di Anselmo, Rosàlia e Claudinha, o ancora di Lidìa e il signor Morais, e di Candida, Amélia, Isaura e Adriana e infine, ma non da ultimi, Silvestre, Abel e Mariana.
"Lucernario è quindi un romanzo di personaggi, si svolge a Lisbona, negli anni ’40, quando la II Guerra Mondiale è terminata. Non è un romanzo politico ma, per i castigati costumi del tempo, è un romanzo che infrange i valori stabiliti in cui la famiglia non è sinonimo di focolare domestico ma di inferno, dove le apparenze contano più della realtà e certe utopie descritte inizialmente come aspirazioni lodevoli appaiono alla fine in tutto il loro relativismo"[cit. Pilar del Rio]. E’ un romanzo forte, il cosiddetto “pugno nello stomaco”, che quasi la notte ti tiene sveglia a ripensare ai tuoi sogni nel cassetto e a tornare con i piedi per terra. Fortunatamente Saramago assegna ad ogni famiglia il giusto riscatto e la soluzione alla propria condizione infelice e quindi lascia aperta anche a noi lettori, infelici tanto quanto i suoi personaggi, la porta sul futuro e sulla speranza di poterci far valere un giorno.

-vertigo
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Ehi, "Acqua in bocca"!

Acqua in bocca è un breve ma divertente giallo nato dall’incontro delle penne di Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli. Lo stile dei due giallisti si differenzia sotto molti aspetti, ma ciò che sicuramente salta all’occhio sono le diverse ambientazioni: ogni autore infatti, com’è giusto che sia, ha fatto vivere i propri personaggi nella propria terra natia, ma ciò non ha impedito all’Ispettore Grazia Negro, del Commissariato di Bologna, di chiedere segretamente l’aiuto del Commissario Salvo Montalbano, di Vigata (in Sicilia), nella risoluzione del misterioso caso dei pesciolini rossi.  La scrittura, così come la forma del romanzo stesso, è stata di natura epistolare, il che ha dato la possibilità a Camilleri di divertirsi col suo più giovane collega, architettando situazioni alle quali era quasi impossibile trovare una via di fuga. Tra una lettera e l’altra non mancano articoli di giornale, foto, prove e rapporti delle forze dell’ordine coinvolte, nonché i cameo di altri personaggi che non potevano non apparire nell’universo unito dei due autori. La lettura è piacevole e scorrevole: i più appassionati sorrideranno all’ingresso dei colleghi e degli amici dei protagonisti, i lettori meno esperti saranno incuriositi dal gergo poliziesco (e dal dialetto siciliano), mentre chi appartiene alle forze dell’ordine potrebbe riconoscere un collega, immedesimarsi nei personaggi, o andare su tutte le furie per l’uso improprio di alcuni termini (come “ispettrice” invece di “ispettore”). A questo punto non mi resta che augurarvi buona lettura e, soprattutto, buon mistero.
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