lunedì 16 giugno 2014

Apartment 1303, ovvero come NON fare un film

Io non me ne capacito, dico davvero. Non riesco a capire come sia possibile che dietro a film di questo calibro ci possa essere una produzione, ci possa essere qualcuno che l'ha pensato, che ha potuto credere che fosse una buona idea.
Questo film è così sbagliato, ci sono così tanti errori che non so nemmeno da dove cominciare. E dire che sono andata al cinema già consapevole di vedere qualcosa di brutto, ma 1303 è riuscito a stupirmi.
Partiamo con i dati tecnici e con le informazioni primarie, “Apartament 1303” è un film di Michele Taverna, regista e sceneggiatore, remake di un non famoso omonimo film giapponese che già non aveva riscosso molto successo. Sono una nemica giurata dei remake personalmente, ma perlomeno capisco farne uno fatto bene per attirare il pubblico ma questo è il nulla, completamente privo di senso. La trama è quantomai semplice : Janet lascia la casa materna per andare a vivere da sola ma l'appartamento da lei scelto è popolato da fantasmi.
Non venitemi a dire che è questione di Low Budget perchè sappiamo bene che da film ( molto spesso horror, appunto ) con budget bassismi sono nati se non dei veri e propri capolavori, almeno film decenti o saghe di grande successo come per esempio quella di Saw.
No qui il problema è nell'incapacità che regna sovrana in ogni membro del cast. Mentre vedevo il film mi auguravo che il regista e lo sceneggiatore fossero due persone diverse, per dividere almeno in due cotanta incapacità ma invece, mi duole dirlo signor Taverna, è tutta farina del suo sacco!
Cercando informazioni ho potuto constatare che questo è il suo primo ( e spero ultimo ) film. Io posso comprendere che agli esordi si possano fare degli errori, che la regia non sia particolare e molto statica ma in questo film la regia è assente, ci sono errori sulle cose più basilari. Unica lancia che spezzo in favore di questo argomento è che la maggior parte delle inquadrature sono fatte decentemente ma per il resto non c'è nulla da salvare.
Quando qualcuno studia cinema o perlomeno si documenta sulla regia ci sono alcune nozioni basilari che ti vengono insegnate : la luce come elemento fondamentale della ripresa e il non girare scene che non hanno uno scopo all'interno della trama del film. Qui sono state completamente ignorate.
Ci sono molte scene ( praticamente tutte quelle in cui le protagoniste sono a letto) in cui dovrebbe teoricamente essere notte eppure si vede chiaramente la luce naturale del sole che entra dalla finestra, e se non è quella del sole è comunque una luce laterale del tutto immotivata e ben visibile.
All'inizio del film va via la luce dal palazzo e Janet si fa luce con il cellulare per arrivare al quadro elettrico per riattivare la corrente, tutto naturale in un horror direte voi...e invece no, per il semplice fatto che la scena è girata in piena luce, vanificando cosi il tentavo di creare orrore, nonché il senso stesso della scena. Ci sono orrende e poco probabili inquadrature del palazzo, per non parlare di una delle imbarazzanti scene finali in cui la telecamera scatta improvvisamente verso il basso per poi essere frettolosamente rimessa a posto. Ci sono evidenti differenze di cambio di qualità della pellicola da scena a scena, in molti punti questa risulta essere fastidiosamente granulosa, da filmino di famiglia proprio.
 Molti gli errori di continuità, il più evidente tra tutti nella scena in cui Janet sta dormendo con il proprio ragazzo, prima è appoggiata al suo petto e nel cambio immediatamente successivo sta dormendo dal lato opposto.

I dialoghi della sceneggiatura sono completamente vuoti, privi di qualsiasi contenuto e spesso di coerenza. Lo stesso vale per ogni personaggio del film, non c'è caratterizzazione, è impossibile immedesimarsi in loro e questo già è grave per un horror, aggiungiamoci i fantasmi che alla fine non sono nemmeno truccati e il film fallisce proprio nel suo obiettivo principale : far paura.

Un ultima chicca : il ridicolo. In questo film sono presenti delle chicche che mi hanno veramente fatto scoppiare a ridere di gusto. Io vorrei sapere chi ha salvato il numero dell' ex moglie sul cellulare come “Ex” no, davvero, trovatemelo sono curiosa.




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domenica 16 febbraio 2014

Homework ♫ [parte IV] Oh Yeah!

PLAY » Oh Yeah


“Oh Yeah” esclamazione che normalmente viene tradotta con “Sìììì!!” nel mio gergo diventa “Eddaje”. E’ un’espressione di cui si usa e abusa, anche io nel mio piccolo la uso con motivazioni che si allontanano molto dall’emozione che accompagna l’”Eddaje” che corrisponde alla traduzione di questo insieme di suoni.
“Oh yeah” quando riesco a prendere un mezzo pubblico al volo
“Oh yeah” quando il sole splende alto nel cielo
“Oh yeah” quando mangio confetti o caramelle alla menta

“Oh yeah” quando mangio il gelato
“Oh yeah” quando prendo un bel voto ad un esame
“Oh yeah” quando finisco un lavoro noioso
“Oh yeah” quando ascolto una canzone ‘potente’
“Oh yeah” quando esco dalla seduta di psicoterapia e mi sento ‘carica’
“Oh yeah” quando una lezione universitaria mi interessa in modo particolare
“Oh yeah” quando vedo un bel ragazzo per strada
“Oh yeah” quando quel bel ragazzo mi guarda
“Oh yeah” quando riesco a superare una mia paura, un mio blocco
“Oh yeah” quando il superamento della paura/blocco porta ad un risultato positivo
“Oh yeah” quando riesco a truccarmi decentemente
“Oh yeah” quando trovo un vestito che non solo mi va bene di taglia ma mi sta anche bene
“Oh yeah” quando trovo un meraviglioso romanzo da leggere
“Oh yeah” quando vedo un bellissimo film
“Oh yeah” quando pulisco la mia stanza
“Oh yeah” quando il computer riprende a funzionare dopo essersi bloccato
“Oh yeah” quando sento bei discorsi di politica
“Oh yeah” quando scendo dal treno dopo un’ora di viaggio
“Oh yeah” quando finisco una missione di GTA
“Oh yeah” quando riesco a far valere una mia idea
“Oh yeah” quando scopro che la mia idea era buona
“Oh yeah” quando riesco ad allontanare da me le persone che non mi fanno bene
“Oh yeah” quando seguo un intero discorso in inglese e riesco a capire quasi tutto
“Oh yeah” quando finisco la prima serie di post a cui sto lavorando.

Alla prossima.





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- vertigo


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lunedì 3 febbraio 2014

Homework ♫ [parte III] Teachers, leave us kids alone!

PLAY » Teachers 


L'accezione del termine "insegnante" o "maestra" può avere una duplice valenza: positiva e negativa. 
Per esempio anche se penso agli insegnanti delle scuole posso infatti affermare che ho avuto maestre e professori molto bravi ai quali sono stata sinceramente affezionata, e figure che invece odio, detesto, verso le quali nutro il più profondo disprezzo.
Se ci focalizziamo però bene sul termine ci rendiamo conto che "maestrina/o" può essere anche utilizzato per definire quella categoria di persone che si ergono a individui che "la sanno lunga", molto più lunga di te e per questo motivo ti fanno la lezione. Anche qui doppia valenza negativa-positiva, cominciamo dalla negativa così concludo il post con qualcosa di più leggero.
La maestrina (ne parlo al femminile perché il fenomeno è più comune tra le donne, parlo per esperienza personale) è solitamente una coetanea del povero "alunno" che si becca la lezione ma che nonostante ciò si sente molto vissuta, come se la sua vita fosse stata (e fosse attualmente) molto più intensa di tutte le altre.
Forte di ciò va in giro sproloquiando su qualsiasi argomento o problematica, faccio un esempio: X ha avuto una malattia e si sta curando con il farmaco Y, la maestrina non solo ha avuto la stessa malattia in una forma più grave (ovviamente!) ma si sente addirittura di non essere d'accordo con il medico di X, affermando che lei ha preso il farmaco Z e "pe dddddddddddddditte" (cacofonia che in italiano tradotta dovrebbe corrispondere ad un "per dirti") è guarita subito. Il povero X prova a ribattere che sinceramente preferisce seguire la prescrizione del medico ed ecco che la maestrina proferisce la seconda frase tipica "No guarda ti assicuro che il farmaco Z è meglio"... ASSICURO? Mah.  Per non parlare dei problemi personali! Lì è proprio la fine: lei ha avuto già tutti i problemi immaginabili e, se si è sistemata o li ha risolti allora va di "Ti assicuro che poi finirà così e così...", se invece ha per esempio litigato con l'amica o con il ragazzo senza aver risolto il problema alora partirà il "Pe ddddddddddddddditte"... Anche se all'apparenza possono sembrare consigli tra amici in realtà sono solo modi per mettersi in mostra, per sfoggiare la propria vita, un modo egocentrico per cancellare l'altro.

Nella sua accezione positiva invece, è meraviglioso trovare una maestrina perchè questa ti fa da guida. Ti prende per mano e ti accompagna verso un qualcosa che ti è sconosciuto e lo fa con modestia, consapevole del fatto che la sua esperienza passata non sarà mai come quella dell'amico/a che "sta accompagnando." Dietro il suo gesto c'è l'intento sincero di un aiuto e non un narcisistico desiderio di ostentare o peggio ancora di gareggiare per prevalere. 
Nel primo caso parliamo di "persone" (accezione negativa) mentre nel secondo caso parliamo di "amici" (accezione positiva) e io sono felice di averne una in particolare, di cui non farò il nome, e che sicuramente per modestia non si riconoscerà in questa (disordinata) descrizione. Una persona che per me si è messa in gioco, ci ha messo la faccia e mi ha incoraggiata fino alla fine. Ne approfitto per ringraziarla sinceramente.






STOP


- vertigo

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domenica 26 gennaio 2014

Deadly boring saturday night party


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Homework ♫ [parte II] Get Indo Silver Club

PLAY » Indo Silver Club



Le parole "Indo" e "Club" mi hanno da sempre fatto pensare ai rapporti di amicizia o di inclusione in qualche gruppo. Per non parlare di "Silver" poi, come se quel tale club fosse il top del top. 
Oggi voglio scrivere di una categoria di rapporti sulla quale sto ragionando da un po' di tempo, gli scambi monodirezionali.  Gli scambi monodirezionali, come mi piace tanto definirli, sono dei rapporti amicali che tendono ad instaurarsi tra due persone delle quali una è molto remissiva (che chiameremo A) e l'altra invece è molto espansiva (che invece avrà la sigla B). In un tipico scambio monodirezionale A è una persona quasi "perfetta" nel senso che, essendo dotata di un'ottima capacità di ascolto, è sempre presente e sempre disponibile, non si fa problemi ad accogliere la persona B nel modo più dolce ed empatico possibile. In effetti è "la/il migliore amica/o che tutti desiderano". Anche io ne vorrei una/o di questa pasta, sarebbe un sogno!!
Chi è invece B, questo sconosciuto? B è invece un individuo che riversa tutta la sua vita e i suoi problemi su di A, l'amica/o perfetta/o, gioendo per aver trovato un simile gioiello (e in effetti non ha tutti i torti!) senza porsi però minimamente il problema dell'esistenza stessa di A ovvero non si pone mai la domanda "Ma A va tutto bene? Tu come stai? Che dici?". Ad A c'è da dire che questo comportamento però va bene perchè altrimenti già si sarebbe ribellata/o o comunque avrebbe cercato di far conoscere anche la sua di vita. E' ahimé un circolo vizioso dal quale è difficile uscire senza risultare sgradevoli. Sì perché a lungo andare il grado di sopportazione tende ad assottigliarsi sempre più, come è naturale che sia, fin tanto che non si arriva all'esplosione finale. Qualcosa tipo questa qui, meno male che i Daft Punk mi vengono sempre in aiuto.... che siano lodati in eterno.
Tipica reazione di A quando il suo livello di sopportazione scende al minimo.
Per spiegare il rapporto esistente tra A e B vorrei sfruttare una saggia metafora di mia madre, anzi due metafore sagge di mia madre. La prima vede A nel ruolo di pattumiera e B nel ruolo di comune cittadino che va a buttare la spazzatura: avete mai salutato il cassonetto con un "Ehi ciao bello! Come stai? Scusa se ti butto questo sacchetto quì, ma oggi è giornata di raccolta di umido! Che mi dici? Quanta gente hai visto oggi?" Non credo lo faccia nessuno. La seconda metafora saggia vede A nel ruolo di povera vittima e B nel ruolo del vampiro, del famoso conte Dracula. Non penso proprio che Dracula, scivolando nell'ombra della notte e curvandosi sul corpo dela vittima, spostandole i capelli di lato e sfiorandole il collo con le lunghe unghie esordisca con un "Buonasera madama (o messere)! Mi duole disturbarvi in questa fredda notte e per giunta ad un orario così scomodo, ma vedete.... dovrò procurarvi due forellini qui ecco... proprio sul collo, per nutrirmi del vostro saporito sangue. Mi rincresce ma è la mia indole... Nel mentre se volete potete raccontarmi della vostra giornata, se ciò vi può in qualche modo allietare." Forse soltanto in un film di Mel Brooks o dei Monty Python potrebbe comparire un dialogo del genere.
Ammesso che di responsabile ce ne sia uno, a chi va la "colpa"? La mia personalissima risposta è che la responsabilità di tutto è di A perché non ha il coraggio di dimostrare che anche lei/lui esiste, non ha il coraggio di prendersi i suoi spazi. 



STOP


- vertigo


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giovedì 23 gennaio 2014

Correva l'anno ... 1579!

Esattamente 435 anni fa, in una gelidissima mattina del 23 gennaio 1579, un pugno di facoltosi personaggi, quasi tutti di estrazione nobile e con le mani in pasta nella maggior parte degli affari di mezza Europa, si riunì clandestinamente in quel di Utrecht per firmare un trattato segreto, un semplice rettangolo di papiro con null'altro che poche righe di testo, che da lì ad una manciata di giorni avrebbe ufficialmente sancito la nascita dei Paesi Bassi.
Un fatto che - tanto voi quanto quei fantomatici fiamminghi - giudichereste marginale e, ne sono stra-convinto xD, di assai scarso interesse, ma, in reltà, estremamente importante: forse John van Ratten verrà ricordato più per i richiami topeschi del proprio cognome, o George van Oranje per la sua non eccezionale statura di un metro e quarantasei centimetri, ma senza costoro, oggi, non avremmo la cucina creola, non avremmo Rembrandt, ma soprattutto, non avremmo New York! (la tribù dei Delaware ringrazia xD) .. insomma, mancherebbero un sacco di cose fighe.
Ma perchè mai - (non) vi chiederete voi - si arrivò a firmare questa benedetta carta? Eeeh, ragazzi, la storia non è così semplice. Sedevi comodi, date aria ai timpani e preparatevi un caffè molto forte: iniziamo.

Cinquecento anni fa, l'Olanda era una terra particolarmente spoglia, disabitata, povera e davvero molto, molto brutta: isolotti di sabbia, piccoli borghi su palafitte, qualche sgangherato convento qua e là, uomini dall'accoltellamento facile e dalla promiscuità agghiaciante, ma, soprattutto, un freddo del diavolo.
Tipico esempio di ridente villaggio olandese dell'epoca
Nonostante quindi non fosse segnalato dal tourist club come meta per famiglie, aveva ad ogni modo la sua bella dose di fascino, quantomeno per le decine di eserciti che ogni anno si davano battaglia in quelle tristi contrade, per la felicità dei (pochi) contadini locali che riuscivano così a procurarsi dosi abnormi di fertilizzante con cui concimare i propri cambi di sorgo e (udite udite, il cliché dei cliché) tulipani.
Comunque, in quegli anni, le cosiddette Province Unite (così si chiamavano all'epoca), erano sotto controllo spagnolo. Di Filippo II, per la precisione. E, per essere puntigliosi fino al tedio, della sua sorellastra Margherita.
Filippo II, un uomo allampanato, fragile, ricco come Creso ma con le mani più bucate di Padre Pio, un sovrano il cui zelo di buon cristiano ad oggi farebbe impallidire un ciellino,  col salutare hobby di vedere congiure e cospirazioni dietro ogni angolo (e che aveva brillantemente risolto facendo piazza pulita dei suoi oppositori a suon di pesetas, lanciategli contro come stellette ninja).
Un regnante-medio dell'età moderna, quindi. Il problema iniziava però - appunto - con l'Olanda. Sì perchè, nonostante la governasse coadiuvato da Margherita in concerto con il cardinale di Granvelle, quei pidocchiosi nordici avevano avuto il brutto vizio di convertirsi al protestantesimo. E nonostante le continue purghe di ugonotti, la situazione non migliorava.
E se questo non andava bene a Filippo, non andava bene neanche agli autoctoni della regione che, tra l'altro, in quel periodo non se la passavano proprio ottimamente. Vessati per le loro idee riformiste in ambito religioso, braccati dalla Santa Inquisizione, chiusi in una sorta di embargo involontario per le tensioni tra Svezia e Danimarca, prosciugati fino all'ultima moneta dagli esattori della corona spagnola, erano ad un passo da patatràc.
E mentre a Madrid il re giocava al dottore con la moglie Elisabetta di Valois, ad Anversa gli umori non molto lieti avevano portato i locali a prendere forconi, falcetti e oggetti contundenti vari per fare tabula rasa dello sparuto gruppo di cattolici presenti in zona, con allegri festoni di frattaglie all'entrata della città ad accogliere i viaggiatori ("Se questo non invoglia il turismo ..!")
Ma l'unico ospite che ricevettero fu il duca d'Alba, in gita per conto di Filippo. Non si sa se fu perchè non trovò l'albergo di suo gusto, o forse perchè proprio non riuscì a trovare un magnete decente da attaccare al frigo, fattosta che non fu propriamente cordiale, con la città: riunita assieme un migliaio di persone, imbastì in fretta e furia un tribunale speciale (ribattezzato dai contemporanei - chissà perché - dei torbidi) e in quattro e quattr'otto fece di questi altrettante decorazioni per le forche di Anversa e Bruxelles. Faccenda chiusa. Ma solo per il momento. 
Guglielmo d'Orange: ma che scusetto! ♥
Due anni dopo, infatti, gli olandesi ci ricascarono e tornarono a sforacchiare cattolici e spagnoli. "Ohddio, che avranno adesso, questi?" avrà pensato il re. Beh, è presto detto: un sedicente abitante del luogo, Gugliemo d'Orange detto il taciturno, era riuscito (come, è un mistero) ad arringare le folle e a fomentare un fuoco molto rivoluzionario e molto olondese-friendly per tutta la regione, tanto da proclamarsi, nel giro di un paio d'anni, statolder (una sorta di gran capo) di Olanda e Zelanda, staccandole di fatto dalla corona spagnola, che ci rimase con le pive nel sacco. 
Perchè in quelle zone fredde, inospitali e acquitrinose, i pezzenti (come amava chiamarli Filippo) erano in posizione di vantaggio rispetto alle sconfinate truppe del duca d'Alba, equipaggiate con armature pesanti e moschetti inadatti all'umidità da bagno turco degli estuari del Reno.
Si arrivò quindi al 1575, e la Spagna entra in crisi, le casse sono vuote: e dopo aver speso l'equivalente del reddito annuo di una piccola nazione, il re era esausto: gli olandesi erano tosti, e non si piegavano. Mentre quindi nelle Pronvince Unite si brindava a tarallucci e vino, in Spagna si faceva bancarotta (un po' come quando si perde a monopoli, ma un po' peggio). 
Ma proprio mentre cattolici e protestanti, finalmente liberi dal giogo straniero, cominciavano a correre per i prati a raccogliere tulipani, ecco arrivare il romanissimo Alessandro Farnese, inviato come ultimo asso da Filippo e pronto a fare polpette di qualunque non-spagnolo gli capitasse a tiro. I fuochi d'artificio vennero mestamente ritirati, i coriandoli spazzati via dalle strade, i cappellini a punta nascosti dietro la schiena: Alessandro sapeva il fatto suo, e in men che non si dica gli olandesi ritornarono magicamente spagnoli. 
Ed è qui che entrano in gioco i nostri amici cospiratori: mentre ancora nelle piazze riecheggiavano parole molto latine e molto poco fiamminghe, van Oranje, van Ratten e company si ritrovarono, in un opulento palazzone di provincia, e diedero inizio all'Unione di Utrecht, che li avrebbe per sempre separati dai cugini belgi, i quali trovarono preferibile rimanere a giocare a caccia al protestante col Farnese. 
Certo, le vicende di come, da questa prima fondamentale Unione, si riuscirà a giungere, parecchi decenni dopo, ad una indipendenza definitiva e riconosciuta è ancora lunga e ancor più noiosa, ma, come si dice, è un'altra storia. Oggi (anzi, stasera) inneggiamo a John, a George e a tutti gli altri: non fosse per loro, non ci sarebbe stato nessun Empire State Building, per King Kong! :D

Saluti dal vostro, unico ed inimitabile Forco Marino

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martedì 21 gennaio 2014

"Lucernario" di José Saramago

Quando termino la lettura di un romanzo mi sembra sempre di essere sola, sento l’amaro in bocca che segue la parola “addio” quando viene pronunciata. Mi affeziono talmente tanto ai personaggi che quando leggo le loro storie mi sento lì presente, ad osservarle in prima persona. Mi sembra di conoscere tutti i loro segreti, anche quelli che non vengono raccontati dall’autrice o dall’autore. Mi sento madre, mi sento amante, mi sento investigatore e chi più ne ha più ne metta.
Proprio ieri sera ho dovuto dire addio ai coinquilini di un palazzo portoghese, le cui storie sono state sapientemente narrate da José Saramago. E’ di Lucernario che sto parlando il cosiddetto “Romanzo perduto” scritto tra gli anni ’40 e ’50, che l’autore stesso neanche voleva pubblicare. Sarebbe stato un vero peccato e una vera perdita per gli amanti della letteratura portoghese, una vera perla del premio Nobel per la letteratura nel 1998.

“In tutte le anime, come in tutte le case, al di là della facciata, c’è un interno nascosto”
dice Brandão, e come non pensare che questa sia la citazione più azzeccata per Lucernario. Ogni nuovo capitolo è come una finestra che si apre su un appartamento, una luce che si accende in una stanza. Quasi ti sembra di spiare dietro i vetri quando i padroni della casa scostano le tende o fanno prendere aria alla stanza. Sei appartamenti e sei storie di vita, sei storie di famiglie che a sorpresa del lettore neanche si intrecciano poi più di tanto. I personaggi entrano in contatto tra di loro solo attraverso i tipici pettegolezzi da vicinato, solo qualcuno di loro si incontra veramente. Con una profondità inimmaginabile Saramago ci regala la storia di Justina e Caetano, quella di Emìlio e Carmen, quella ancora di Anselmo, Rosàlia e Claudinha, o ancora di Lidìa e il signor Morais, e di Candida, Amélia, Isaura e Adriana e infine, ma non da ultimi, Silvestre, Abel e Mariana.
"Lucernario è quindi un romanzo di personaggi, si svolge a Lisbona, negli anni ’40, quando la II Guerra Mondiale è terminata. Non è un romanzo politico ma, per i castigati costumi del tempo, è un romanzo che infrange i valori stabiliti in cui la famiglia non è sinonimo di focolare domestico ma di inferno, dove le apparenze contano più della realtà e certe utopie descritte inizialmente come aspirazioni lodevoli appaiono alla fine in tutto il loro relativismo"[cit. Pilar del Rio]. E’ un romanzo forte, il cosiddetto “pugno nello stomaco”, che quasi la notte ti tiene sveglia a ripensare ai tuoi sogni nel cassetto e a tornare con i piedi per terra. Fortunatamente Saramago assegna ad ogni famiglia il giusto riscatto e la soluzione alla propria condizione infelice e quindi lascia aperta anche a noi lettori, infelici tanto quanto i suoi personaggi, la porta sul futuro e sulla speranza di poterci far valere un giorno.

-vertigo
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Ehi, "Acqua in bocca"!

Acqua in bocca è un breve ma divertente giallo nato dall’incontro delle penne di Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli. Lo stile dei due giallisti si differenzia sotto molti aspetti, ma ciò che sicuramente salta all’occhio sono le diverse ambientazioni: ogni autore infatti, com’è giusto che sia, ha fatto vivere i propri personaggi nella propria terra natia, ma ciò non ha impedito all’Ispettore Grazia Negro, del Commissariato di Bologna, di chiedere segretamente l’aiuto del Commissario Salvo Montalbano, di Vigata (in Sicilia), nella risoluzione del misterioso caso dei pesciolini rossi.  La scrittura, così come la forma del romanzo stesso, è stata di natura epistolare, il che ha dato la possibilità a Camilleri di divertirsi col suo più giovane collega, architettando situazioni alle quali era quasi impossibile trovare una via di fuga. Tra una lettera e l’altra non mancano articoli di giornale, foto, prove e rapporti delle forze dell’ordine coinvolte, nonché i cameo di altri personaggi che non potevano non apparire nell’universo unito dei due autori. La lettura è piacevole e scorrevole: i più appassionati sorrideranno all’ingresso dei colleghi e degli amici dei protagonisti, i lettori meno esperti saranno incuriositi dal gergo poliziesco (e dal dialetto siciliano), mentre chi appartiene alle forze dell’ordine potrebbe riconoscere un collega, immedesimarsi nei personaggi, o andare su tutte le furie per l’uso improprio di alcuni termini (come “ispettrice” invece di “ispettore”). A questo punto non mi resta che augurarvi buona lettura e, soprattutto, buon mistero.
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lunedì 20 gennaio 2014

Perchè "Mad Father" è un titolo sopravvalutato







Questa non sarà una vera e propria recensione al gioco in quanto non intendo né consigliarlo né sconsigliarlo quindi sarà più un commento.
Mad Father è un gioco Indie Horror, sempre in stile RPG Maker sviluppato da Sen.
Ora da qualche tempo è letteralmente esplosa su internet la moda non solo degli indie horror ma, in particolare, proprio di quelli RPG. Mad Father è quello che ho visto più giocato e discusso online, in assoluto. Ci sono moltissime fan art e fan fiction in proposito. E’ stato questo grande successo a spingermi a scaricarlo e provarlo e, francamente, sono rimasta seriamente delusa.
Non intendo dire che non sia un gioco piacevole da giocare, affatto. E’ gratis, non ci si perde nulla e comunque l’atmosfera e le tematiche horror per chi vuole passare il tempo ci sono, il punto è che non ha nulla di più.
Forse sono io che sono fissata con la trama, con l’approfondimento psicologico dei personaggi e con i giochi che, alla fine, lasciano qualcosa, sia pure un senso di profonda angoscia come ci si aspetta da un horror.
Mad father non mi ha lasciato nulla, quando ho finito di giocarci non ho sentito nulla di diverso rispetto a prima di cominciarlo, non è dispiaciuto che fosse finito e non ero interessata a approfondire la storia o i personaggi che lo caratterizzavano.
Essendo un commento da qui in avanti ci saranno spoiler in generale sulla storia e sul finale ( per quanto poco ci sia da  spoilerare…).
La trama vede una bambina di nome Aya che deve salvare il padre, scienziato pazzo che fa esperimenti sulle persone assieme all’assistente Maria. Una maledizione ha colpito il castello dove abitano, i cadaveri hanno preso vita e hanno portato via l’amato genitore.Basta, fine.
Il gioco non prende perché non c’è mai nulla da scoprire, sappiamo quasi tutto fin dall'inizio e quello che non sappiamo è superfluo o facilmente intuibile.
Sebbene nel corso del gioco siano presenti personaggi minori, di cui ci viene mostrato un brevissimo frammento del passato o con cui interagiamo per qualche tempo si ha la totale assenza di sotto trame cosa che avrebbe allungato la longevità del gioco oltre a rendere i “mostri” decisamente più inquietanti e interessanti.
Per esempio chi è il ragazzo biondo/fantasma biondo che nel finale vero ci salva la pelle? Perché, a differenza di altri cadaveri, vuole la salvezza della piccola Aya? Non lo sappiamo, non ci è dato né ci sarà mai dato saperlo.
Ma la cosa peggiore del gioco è sicuramente la psicologia dei personaggi perché è inesistente, buttata lì alla meglio, semplicemente assurda; a partire dalla protagonista le reazioni sono completamente fuori luogo. La bambina sa da subito, o comunque quasi subito, che il padre è un pazzo omicida che uccide e tortura la gente nel suo laboratorio per esperimenti umani e per tutto il gioco è completamente o quasi inestensibile di fronte al dolore dei morti che incontra, anche con quelli che le fanno “vivere” un pezzo della loro dolorosa storia, non gliene frega nulla, vuole solo salvare il padre. In quello che poi è il vero finale scopriamo che ha deciso di seguire le orme di quest’ultimo, nonostante stesse per essere uccisa lei stessa. E tutto ciò senza uno stralcio di motivazione.
Il personaggio del padre poi, bah. E’ uno scienziato pazzo, fine, non ha nessuna altra minima caratteristica. Tra l’altro la sua personalità fosse sembra costruita prendendo frasi a caso dal grande barattolo dei cliché .
Sul gameplay nulla da dire, carino e di media difficoltà.
Un’altra e ultima cosa che non mi è piaciuta ( anzi questa l’ho trovata decisamente imbarazzante) è un elemento della colonna sonora, ovvero quello che si sente quando Aya viene afferrata ed è necessario liberarsi …un “tunz tunz” senza alcuna connessione a quello che si vede o che si è visto. Giuro mi domando cosa avesse in mente chi ce l’ha messo.


In poche parole, se avete del tempo da passare e vi va di giocare a qualcosa dalle tematiche orrifiche giocateci ma se cercate anche solo un qualcosina di più meglio lasciar perdere.
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Donne e pubblicità: il degrado del XXI secolo

Buona sera a tutti! Eccomi qua di nuovo, questa volta con qualcosa di più impegnato e serio della presentazione (la cui serietà era assai discutibile :D) . Spero di non annoiare nessuno con questo lungo articolo di riflessione sui costumi odierni, ma anzi spero di invitarvi a riflettere su un tema che -al contrario di quanto si pensi- non viene quasi mai trattato come dovrebbe: la pubblicità. Chiaramente non ho la pretesa di riportarvi chi sa quale arguta osservazione da sociologo!
Vi auguro una buona lettura e di resistere fino alla fine! :D

L'attesa dal dentista, una piega dalla parrucchiera, la cena o il tragitto in treno. Sono tutti momenti della giornata in cui l'individuo tenta di distrarsi e di alienarsi da una frenetica vita, la vita del mondo Occidentale. In un attimo in cui non si ha nessun compito preciso da portare a termine, in cui non viene ordinato di lavorare, di studiare, capita sempre più spesso di sedersi sul divano e accendere la televisione, o di prendere in mano il primo giornale che si ha davanti, rispettivamente osservando o leggendo quasi passivamente. E' qui che comincia quel tetro processo di sottomissione ad una società devota al consumismo, al materialismo, ad una valanga di stereotipi che ci incartano il cervello di cellofan non consentendoci di ragionare. C'è chi non la vede così, chi ritiene che i mass media di oggi siano uno strumento di comunicazione "genuino" e "pulito", c'è chi invece sostiene che ormai siamo giunti ad un punto di non ritorno del degrado della società e dei costumi. La televisione, i giornali, la radio, ormai sono diventati uno strumento di manipolazione della massa anziché uno strumento di "unione universale" che collega l'Occidente con l'Oriente: manipolazione mentale che porta uomini e donne ad agire in modo assai criticabile.  Quelle poche persone cui è rimasto un briciolo di cervello, di buon senso, di dignità, di autonomia, si renderanno sicuramente conto che ormai il mondo della comunicazione, in particolar modo degli spot pubblicitari, sta portando nelle abitazioni della popolazione mondiale giorno dopo giorno, ora dopo ora, con un processo sempre più veloce e terrificante, una figura stereotipata, fantasiosa e sbagliata dell'individuo di sesso femminile. Perché le cose vanno ammesse e non sminuite come molti tendono a fare. Ai giorni d'oggi è necessario un occhio critico in tutto ciò che ci viene proposto, non si deve accettare mai niente per vero e giusto se non dopo un'attenta analisi.
Quando ci sediamo a tavola per trascorrere a cena quei pochi minuti di tempo con i familiari che non si vedono da un giorno intero, si accende talvolta la televisione, componente base delle case di tutto il mondo, specie degli italiani. Anche se ci si sintonizza su canali moralmente "meno bassi", come La7 per esempio, lasciando assolutamente da parte Mediaset, ci si scontra con la triste realtà cui si accennava poco prima: la figura della donna. La disparità tra individuo di sesso maschile e quello femminile è evidente, sebbene si tenti di mascherarla con finti ruoli di superiorità nei confronti di uomini apparentemente decerebrati e sottomessi. L'immagine è quella di una donna autoritaria, libera, cosciente del proprio corpo, che sfrutta per ottenere ciò che desidera. Ovviamente chi si serve di questo sono gli agenti pubblicitari, i marchi, che, col corpo perfetto che entra tutti i giorni nelle nostre case, tentano in tutti i modi di incitare lo spettatore/consumatore ad acquistare l'oggetto pubblicizzato. Non di rado si assiste a patetici spot pubblicitari in cui la donna sfoggia il suo bel corpo, spiazzando tutti, grandi e piccini, dando scena a spogliarelli e accenni di lap dance, o peggio ancora lasciando intendere palesi intenti di natura sessuale.
La giovane donna che viene lanciata negli spot ha delle caratteristiche ben precise: due colonne al posto delle gambe, sempre perfettamente abbronzate e lisce, un ventre piatto con fianchi stretti ma non troppo, un seno invitante e messo in mostra, capelli lunghi e mossi, spesso al vento, labbra turgide, sorriso smagliante e occhi "da cerbiatta", il tutto accompagnato da atteggiamenti provocanti. Et voilà, il prodotto è venduto, e la donna è stata etichettata. Non molto tempo fa un esempio concreto e assurdamente terrificante, scendendo nel particolare in Italia, era stato fornito dal marchio TIM. La ormai celeberrima Belen Rodriguez, come tutti quanti ricorderete, si esibiva in un "hot" streap-tease all'interno di un ascensore, per cambiarsi d'abito. Sempre la Rodriguez, che si lamentava delle critiche che le venivano rivolte, prendeva a calci e pugni un sacco da boxe in top e pantaloncini, per poi rinfrescarsi con dell'acqua che versa di proposito sul suo petto sudato, bagnando la canottiera bianca che indossava (si lascia intendere al lettore il risultato dell'acqua su un tessuto bianco). "Basta dire Belen ed è subito scandalo" diceva risentita la showgirl in
un'intervista.
"Gli scandali fanno audience, ma basta scandali" chiedeva poi, spiegando che "ci sono giornalisti che, per finire in prima pagina, scrivono anche notizie non fondate".  "Non avrò mai possibilità migliore di quella che ho avuto con la TIM: loro mi hanno fatta entrare nelle famiglie con gli spot, dove non vedo volgarità, anche
se c'è sempre chi la trova anche dove non c'è". Marco Patuano, amministratore delegato di Telecom Italia, aggiungeva orgoglioso: "I nostri indicatori dicono che il marchiò è al massimo negli ultimi cinque anni. Siamo molto contenti, Belen è stata una splendida protagonista". E sul fatto che la testimonial non piaceva alle famiglie (e-diciamocelo-se dovesse tornare, continuerebbe a non piacere) "I nostri focus group segmentano il pubblico e Belen è gradita a tutti i livelli, anzi, sono sorpreso che dicano che non piaccia alle famiglie, perché i numeri dicono che abbiamo avuto un ritorno molto importante".
E' questo ciò che fa venire i brividi, il fatto che quel soggetto voluto e mosso dai pubblicitari, Belen, fosse gradito ad oltre un milione di persone di tutte le età, e quindi anche bambini che ignari di ciò che si annida dietro uno spot pubblicitario, cominciano a costruirsi da sé, delle volte "aiutati" dalle famiglie, un futuro da misogini e sfruttatori.
Non è una novità, a dirla tutta, che un prodotto venga affiancato da una bella donna (non dimentichiamoci poi che non era di certo soltanto la TIM a proporre questa immagine: basti pensare alla 3, agli sfondi sessuali della pubblicità del sapone intimo Chilly, allo spot di Intimissimi, a quelli della Wind, di Fastweb, e a tantissimi altri).
Ma oggi, rispetto al secolo scorso, gli effetti devastanti di questo messaggio si percepiscono di più, e volete sapere perché? Perché oggi non c'è una morale che tiene, che frena. Dov'è finito il buon senso comune? Dove sono la sensibilità e il rispetto? Oggi i pubblicitari lasciano che ragazzine mentalmente "acerbe", che non sanno cosa fare della propria libertà sessuale, ambiscano a divenire veline. "Se Belen lo fa, posso farlo anche io!" Ma certo, perché no? D'altronde, nel momento in cui il paese è allo sbando, in cui uomini di potere danno un'immagine di sé raccapricciante, è anche normale e comprensibile che chi non possiede gli strumenti di difesa necessari, si lasci condizionare da simili modelli. Come se passare sotto TIM possa dare l'illusione di somigliare in qualche modo alla sexy Belen Radriguez o al simpatico, si fa per dire, Christian De Sica (che lo ricorderete sicuramente come fido compagno della showgirl in numerosi spot nei panni del poliziotto), il cui padre si rivolta nella tomba ogni qual volta il figlio finisce in onda.
Queste persone di potere il cui principale scopo è quello di fare soldi sulla nostra pelle contribuisce ad aumentare il problematico incremento di senso di inadeguatezza e dei conflitti interiori ed esteriori che la donna ha col proprio corpo, e che spesso sfociano in problemi di portata maggiore, come l'anoressia, la bulimia, la depressione e nei casi più gravi, perché si sa, la mente è molto potente, la morte.
Dunque con questo articolo si vuole incitare ad una vigilanza costante e a una battaglia senza fine a chi mina la già, purtroppo, instabile e non del tutto conquistata libertà delle donne, a chi tenta di fare di tutta l'erba un fascio, a chi tenta di imporre i propri inutili ideali e prerogative, e a chi, con questi mezzi violenti, vuole dipingere la realtà con colori e sfumature che non le appartengono.
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domenica 19 gennaio 2014

The Crooked Man

 The Crooked Man














There was a crooked man and he walked a crooked mile,
He found a crooked sixpence upon a crooked stile.
He bought a crooked cat, which caught a crooked mouse.
And they all lived together in a little crooked house






“The Crooked Man” è un indie Horror creato con Wolf RPG Editor. Il creatore, Uri, non è alla prime armi e si vede. Di Uri conoscevo e avevo già giocato il suo precedente titolo ,“Paranoiac” ed è proprio da questo che posso vedere un’evoluzione nel modo di lavorare, nel modo di creare l’intreccio della trama.
Perché quest’ultimo mi ha colpito moltissimo tanto da sentirmi di consigliarlo a tutti? Perché, fondamentalmente, è un horror psicologico davvero intelligente in cui nulla è lasciato al caso. Quindi, se siete coloro che considerano Horror un gioco dalla super grafica e iper splatter e sullo “voglio shottà gli zombieeess!!!1” chiudete l’articolo o andate a giocare a Dead Rising o simili; se invece apprezzate le sottigliezze, le indagini, le inquietudini senza spargimenti di sangue eccessivi, prego , continuate a leggere.
Partendo da passando per il mostro che infesta la casa di Paranoiac, arriviamo a questo Crooked man, questo inquietante uomo piegato che insegue il protagonista ovunque egli vada e sembra non avere intenzione di lasciarlo alla sua vita.
Il Crooked Man sarà l’unico mostro da affrontare durante tutta la durata del gioco. Ho apprezzato il fatto che, pur essendo il gioco di origine giapponese, non si tratta del classico fantasma di donna giapponese ormai stra abusato ma si presenta comunque in maniera molto inquietante :un uomo con il collo spezzato e piegato in una maniera innaturale, gli occhi completamente neri e un sorriso sanguinario.



Il protagonista, David, è un uomo che verrebbe considerato dalla società di oggi un vero e proprio fallito: a 26 anni non è riuscito a realizzare nulla nella vita, la donna che ama l’ha lasciato e la madre è gravemente malata tanto da non riconoscerlo più. All'inizio del gioco si trasferisce in un nuovo appartamento, vicino all'amico di sempre Paul, per cercare di riprendere le redini della sua vita. Tuttavia strani avvenimenti lo porteranno a indagare sul precedente inquilino della casa trascinandolo in luoghi abbandonati, ma di un abbandono oltremodo angoscioso. Nel suo viaggio incontrerà diversi personaggi a cui dovrà dare una mano e, naturalmente, sarà perseguitato dall'uomo con il collo piegato.
Come tutti gli Indie RPG Maker usciti recentemente e come tutti quelli di Uri, il gioco presenta diversi finali che però non si concentrano tutti alla fine de “l’ultimo livello” bensì si dipanano attraverso tutto il gioco, facendo una scelta sbagliata infatti sbloccheremo un finale negativo che ci impedirà di proseguire nella storia, dovremmo quindi ricaricare e selezionare un’altra opzione.

L’originalità sta nel fatto che non si tratta di scelte fantasiose, di scelte che difficilmente ci troveremmo a fare nella realtà come decidere se uccidere qualcuno o meno, ma bensì di scelte di dialogo che chiunque di noi può trovarsi o si è trovato ad affrontare e non sempre, anzi quasi mai, la scelta che ci pare più logica e positiva è quella giusta.

Il gioco, a mio parere, richiama moltissimo Silent Hill 2 ( uno dei miei giochi preferiti in assoluto) a partire dall'elemento più evidente, infatti i protagonisti dei due giochi sono vestiti praticamente uguali. A riportarmi alla mente il titolo per la PlayStation 2 è anche l’estremo abbandono e desolazione degli ambienti, quei piccoli elementi inquietanti come filastrocche, scritte con il sangue, cadavere di animali che si trovano in ambienti impossibili. Ma, soprattutto, i dialoghi fra i personaggi, i diari che si trovano sparsi per le ambientazioni, che scavano dentro la mente di ognuno di loro e che mostrano che forse la vera indagine non è tanto su chi fosse il misterioso inquilino o il Crooked Man, ma su chi sia veramente David.
Dietro questo videogioco, inoltre, ci sono diversi insegnamenti, forse primo tra tutti quello di accettare noi stessi in tutti i nostri difetti capendo che a questi corrispondono altrettanti pregi.

Ultimo ma non ultimo elemento positivo è sicuramente la OST , ovvero la colonna sonora del gioco, forse non complessa ma sicuramente adatta e davvero molto piacevole ( la sto risentendo proprio ora tra l’altro)
In poche parole consiglio a tutti di scaricarlo, a maggior ragione che il gioco è gratuito, si trova facilmente e non da nessun problema di grafica o di lag.

Ora voglio scrivere qualche mia opinione generale sul finale, quindi se non avete ancora giocato e non volete spolverarvi interrompete qui la lettura.






Personalmente ho apprezzato molto il finale, perché è quasi inaspettato. Durante il gioco, specialmente nei punti finali all'ospedale, ho sospettato che il Crooked Man non fosse che David stesso, forse già morto, e costretto in un limbo ad affrontare i propri demoni, primo tra tutti se stesso. Scoprire che si trattava di un altro uomo, Duke, che aveva scelto la via del suicido e capendo di aver sbagliato cerca di aiutare David, in cui rivede se stesso mi ha colpita.
Mi rimangono dei dubbi su gli altri tre personaggi misteriosi : Sissy, D e Fluffy. Partendo da presupposto che non sono persone reali, in quando nella parte in cui interpretiamo Paul li vediamo dissolversi secondo me ci sono due opzioni :

-        Quella che preferisco : tutti e loro tre sono proiezioni “fisiche” dei difetti e dei problemi che David pensa essere irrisolvibili e che lo stanno portando al suicidio. Solo vedendoli fuori da se e aiutandoli capisce che a tutto c’è una soluzione e che questa non è la morte.
-        Sono morti già tutti e tre e, come Duke, vogliono aiutare David a capire quale sia la scelta migliore. Questo spiegherebbe perché il Crooked Man li uccide in tutti i finali negativi : loro hanno fallito esattamente come lui.



Concludo qui, se volete, potete scrivermi il vostro parere sul gioco o su questi piccoli misteri lasciati dal finale.





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