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domenica 16 febbraio 2014

Homework ♫ [parte IV] Oh Yeah!

PLAY » Oh Yeah


“Oh Yeah” esclamazione che normalmente viene tradotta con “Sìììì!!” nel mio gergo diventa “Eddaje”. E’ un’espressione di cui si usa e abusa, anche io nel mio piccolo la uso con motivazioni che si allontanano molto dall’emozione che accompagna l’”Eddaje” che corrisponde alla traduzione di questo insieme di suoni.
“Oh yeah” quando riesco a prendere un mezzo pubblico al volo
“Oh yeah” quando il sole splende alto nel cielo
“Oh yeah” quando mangio confetti o caramelle alla menta

“Oh yeah” quando mangio il gelato
“Oh yeah” quando prendo un bel voto ad un esame
“Oh yeah” quando finisco un lavoro noioso
“Oh yeah” quando ascolto una canzone ‘potente’
“Oh yeah” quando esco dalla seduta di psicoterapia e mi sento ‘carica’
“Oh yeah” quando una lezione universitaria mi interessa in modo particolare
“Oh yeah” quando vedo un bel ragazzo per strada
“Oh yeah” quando quel bel ragazzo mi guarda
“Oh yeah” quando riesco a superare una mia paura, un mio blocco
“Oh yeah” quando il superamento della paura/blocco porta ad un risultato positivo
“Oh yeah” quando riesco a truccarmi decentemente
“Oh yeah” quando trovo un vestito che non solo mi va bene di taglia ma mi sta anche bene
“Oh yeah” quando trovo un meraviglioso romanzo da leggere
“Oh yeah” quando vedo un bellissimo film
“Oh yeah” quando pulisco la mia stanza
“Oh yeah” quando il computer riprende a funzionare dopo essersi bloccato
“Oh yeah” quando sento bei discorsi di politica
“Oh yeah” quando scendo dal treno dopo un’ora di viaggio
“Oh yeah” quando finisco una missione di GTA
“Oh yeah” quando riesco a far valere una mia idea
“Oh yeah” quando scopro che la mia idea era buona
“Oh yeah” quando riesco ad allontanare da me le persone che non mi fanno bene
“Oh yeah” quando seguo un intero discorso in inglese e riesco a capire quasi tutto
“Oh yeah” quando finisco la prima serie di post a cui sto lavorando.

Alla prossima.





STOP


- vertigo


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lunedì 3 febbraio 2014

Homework ♫ [parte III] Teachers, leave us kids alone!

PLAY » Teachers 


L'accezione del termine "insegnante" o "maestra" può avere una duplice valenza: positiva e negativa. 
Per esempio anche se penso agli insegnanti delle scuole posso infatti affermare che ho avuto maestre e professori molto bravi ai quali sono stata sinceramente affezionata, e figure che invece odio, detesto, verso le quali nutro il più profondo disprezzo.
Se ci focalizziamo però bene sul termine ci rendiamo conto che "maestrina/o" può essere anche utilizzato per definire quella categoria di persone che si ergono a individui che "la sanno lunga", molto più lunga di te e per questo motivo ti fanno la lezione. Anche qui doppia valenza negativa-positiva, cominciamo dalla negativa così concludo il post con qualcosa di più leggero.
La maestrina (ne parlo al femminile perché il fenomeno è più comune tra le donne, parlo per esperienza personale) è solitamente una coetanea del povero "alunno" che si becca la lezione ma che nonostante ciò si sente molto vissuta, come se la sua vita fosse stata (e fosse attualmente) molto più intensa di tutte le altre.
Forte di ciò va in giro sproloquiando su qualsiasi argomento o problematica, faccio un esempio: X ha avuto una malattia e si sta curando con il farmaco Y, la maestrina non solo ha avuto la stessa malattia in una forma più grave (ovviamente!) ma si sente addirittura di non essere d'accordo con il medico di X, affermando che lei ha preso il farmaco Z e "pe dddddddddddddditte" (cacofonia che in italiano tradotta dovrebbe corrispondere ad un "per dirti") è guarita subito. Il povero X prova a ribattere che sinceramente preferisce seguire la prescrizione del medico ed ecco che la maestrina proferisce la seconda frase tipica "No guarda ti assicuro che il farmaco Z è meglio"... ASSICURO? Mah.  Per non parlare dei problemi personali! Lì è proprio la fine: lei ha avuto già tutti i problemi immaginabili e, se si è sistemata o li ha risolti allora va di "Ti assicuro che poi finirà così e così...", se invece ha per esempio litigato con l'amica o con il ragazzo senza aver risolto il problema alora partirà il "Pe ddddddddddddddditte"... Anche se all'apparenza possono sembrare consigli tra amici in realtà sono solo modi per mettersi in mostra, per sfoggiare la propria vita, un modo egocentrico per cancellare l'altro.

Nella sua accezione positiva invece, è meraviglioso trovare una maestrina perchè questa ti fa da guida. Ti prende per mano e ti accompagna verso un qualcosa che ti è sconosciuto e lo fa con modestia, consapevole del fatto che la sua esperienza passata non sarà mai come quella dell'amico/a che "sta accompagnando." Dietro il suo gesto c'è l'intento sincero di un aiuto e non un narcisistico desiderio di ostentare o peggio ancora di gareggiare per prevalere. 
Nel primo caso parliamo di "persone" (accezione negativa) mentre nel secondo caso parliamo di "amici" (accezione positiva) e io sono felice di averne una in particolare, di cui non farò il nome, e che sicuramente per modestia non si riconoscerà in questa (disordinata) descrizione. Una persona che per me si è messa in gioco, ci ha messo la faccia e mi ha incoraggiata fino alla fine. Ne approfitto per ringraziarla sinceramente.






STOP


- vertigo

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domenica 26 gennaio 2014

Homework ♫ [parte II] Get Indo Silver Club

PLAY » Indo Silver Club



Le parole "Indo" e "Club" mi hanno da sempre fatto pensare ai rapporti di amicizia o di inclusione in qualche gruppo. Per non parlare di "Silver" poi, come se quel tale club fosse il top del top. 
Oggi voglio scrivere di una categoria di rapporti sulla quale sto ragionando da un po' di tempo, gli scambi monodirezionali.  Gli scambi monodirezionali, come mi piace tanto definirli, sono dei rapporti amicali che tendono ad instaurarsi tra due persone delle quali una è molto remissiva (che chiameremo A) e l'altra invece è molto espansiva (che invece avrà la sigla B). In un tipico scambio monodirezionale A è una persona quasi "perfetta" nel senso che, essendo dotata di un'ottima capacità di ascolto, è sempre presente e sempre disponibile, non si fa problemi ad accogliere la persona B nel modo più dolce ed empatico possibile. In effetti è "la/il migliore amica/o che tutti desiderano". Anche io ne vorrei una/o di questa pasta, sarebbe un sogno!!
Chi è invece B, questo sconosciuto? B è invece un individuo che riversa tutta la sua vita e i suoi problemi su di A, l'amica/o perfetta/o, gioendo per aver trovato un simile gioiello (e in effetti non ha tutti i torti!) senza porsi però minimamente il problema dell'esistenza stessa di A ovvero non si pone mai la domanda "Ma A va tutto bene? Tu come stai? Che dici?". Ad A c'è da dire che questo comportamento però va bene perchè altrimenti già si sarebbe ribellata/o o comunque avrebbe cercato di far conoscere anche la sua di vita. E' ahimé un circolo vizioso dal quale è difficile uscire senza risultare sgradevoli. Sì perché a lungo andare il grado di sopportazione tende ad assottigliarsi sempre più, come è naturale che sia, fin tanto che non si arriva all'esplosione finale. Qualcosa tipo questa qui, meno male che i Daft Punk mi vengono sempre in aiuto.... che siano lodati in eterno.
Tipica reazione di A quando il suo livello di sopportazione scende al minimo.
Per spiegare il rapporto esistente tra A e B vorrei sfruttare una saggia metafora di mia madre, anzi due metafore sagge di mia madre. La prima vede A nel ruolo di pattumiera e B nel ruolo di comune cittadino che va a buttare la spazzatura: avete mai salutato il cassonetto con un "Ehi ciao bello! Come stai? Scusa se ti butto questo sacchetto quì, ma oggi è giornata di raccolta di umido! Che mi dici? Quanta gente hai visto oggi?" Non credo lo faccia nessuno. La seconda metafora saggia vede A nel ruolo di povera vittima e B nel ruolo del vampiro, del famoso conte Dracula. Non penso proprio che Dracula, scivolando nell'ombra della notte e curvandosi sul corpo dela vittima, spostandole i capelli di lato e sfiorandole il collo con le lunghe unghie esordisca con un "Buonasera madama (o messere)! Mi duole disturbarvi in questa fredda notte e per giunta ad un orario così scomodo, ma vedete.... dovrò procurarvi due forellini qui ecco... proprio sul collo, per nutrirmi del vostro saporito sangue. Mi rincresce ma è la mia indole... Nel mentre se volete potete raccontarmi della vostra giornata, se ciò vi può in qualche modo allietare." Forse soltanto in un film di Mel Brooks o dei Monty Python potrebbe comparire un dialogo del genere.
Ammesso che di responsabile ce ne sia uno, a chi va la "colpa"? La mia personalissima risposta è che la responsabilità di tutto è di A perché non ha il coraggio di dimostrare che anche lei/lui esiste, non ha il coraggio di prendersi i suoi spazi. 



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- vertigo


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martedì 21 gennaio 2014

"Lucernario" di José Saramago

Quando termino la lettura di un romanzo mi sembra sempre di essere sola, sento l’amaro in bocca che segue la parola “addio” quando viene pronunciata. Mi affeziono talmente tanto ai personaggi che quando leggo le loro storie mi sento lì presente, ad osservarle in prima persona. Mi sembra di conoscere tutti i loro segreti, anche quelli che non vengono raccontati dall’autrice o dall’autore. Mi sento madre, mi sento amante, mi sento investigatore e chi più ne ha più ne metta.
Proprio ieri sera ho dovuto dire addio ai coinquilini di un palazzo portoghese, le cui storie sono state sapientemente narrate da José Saramago. E’ di Lucernario che sto parlando il cosiddetto “Romanzo perduto” scritto tra gli anni ’40 e ’50, che l’autore stesso neanche voleva pubblicare. Sarebbe stato un vero peccato e una vera perdita per gli amanti della letteratura portoghese, una vera perla del premio Nobel per la letteratura nel 1998.

“In tutte le anime, come in tutte le case, al di là della facciata, c’è un interno nascosto”
dice Brandão, e come non pensare che questa sia la citazione più azzeccata per Lucernario. Ogni nuovo capitolo è come una finestra che si apre su un appartamento, una luce che si accende in una stanza. Quasi ti sembra di spiare dietro i vetri quando i padroni della casa scostano le tende o fanno prendere aria alla stanza. Sei appartamenti e sei storie di vita, sei storie di famiglie che a sorpresa del lettore neanche si intrecciano poi più di tanto. I personaggi entrano in contatto tra di loro solo attraverso i tipici pettegolezzi da vicinato, solo qualcuno di loro si incontra veramente. Con una profondità inimmaginabile Saramago ci regala la storia di Justina e Caetano, quella di Emìlio e Carmen, quella ancora di Anselmo, Rosàlia e Claudinha, o ancora di Lidìa e il signor Morais, e di Candida, Amélia, Isaura e Adriana e infine, ma non da ultimi, Silvestre, Abel e Mariana.
"Lucernario è quindi un romanzo di personaggi, si svolge a Lisbona, negli anni ’40, quando la II Guerra Mondiale è terminata. Non è un romanzo politico ma, per i castigati costumi del tempo, è un romanzo che infrange i valori stabiliti in cui la famiglia non è sinonimo di focolare domestico ma di inferno, dove le apparenze contano più della realtà e certe utopie descritte inizialmente come aspirazioni lodevoli appaiono alla fine in tutto il loro relativismo"[cit. Pilar del Rio]. E’ un romanzo forte, il cosiddetto “pugno nello stomaco”, che quasi la notte ti tiene sveglia a ripensare ai tuoi sogni nel cassetto e a tornare con i piedi per terra. Fortunatamente Saramago assegna ad ogni famiglia il giusto riscatto e la soluzione alla propria condizione infelice e quindi lascia aperta anche a noi lettori, infelici tanto quanto i suoi personaggi, la porta sul futuro e sulla speranza di poterci far valere un giorno.

-vertigo
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lunedì 20 gennaio 2014

Perchè "Mad Father" è un titolo sopravvalutato







Questa non sarà una vera e propria recensione al gioco in quanto non intendo né consigliarlo né sconsigliarlo quindi sarà più un commento.
Mad Father è un gioco Indie Horror, sempre in stile RPG Maker sviluppato da Sen.
Ora da qualche tempo è letteralmente esplosa su internet la moda non solo degli indie horror ma, in particolare, proprio di quelli RPG. Mad Father è quello che ho visto più giocato e discusso online, in assoluto. Ci sono moltissime fan art e fan fiction in proposito. E’ stato questo grande successo a spingermi a scaricarlo e provarlo e, francamente, sono rimasta seriamente delusa.
Non intendo dire che non sia un gioco piacevole da giocare, affatto. E’ gratis, non ci si perde nulla e comunque l’atmosfera e le tematiche horror per chi vuole passare il tempo ci sono, il punto è che non ha nulla di più.
Forse sono io che sono fissata con la trama, con l’approfondimento psicologico dei personaggi e con i giochi che, alla fine, lasciano qualcosa, sia pure un senso di profonda angoscia come ci si aspetta da un horror.
Mad father non mi ha lasciato nulla, quando ho finito di giocarci non ho sentito nulla di diverso rispetto a prima di cominciarlo, non è dispiaciuto che fosse finito e non ero interessata a approfondire la storia o i personaggi che lo caratterizzavano.
Essendo un commento da qui in avanti ci saranno spoiler in generale sulla storia e sul finale ( per quanto poco ci sia da  spoilerare…).
La trama vede una bambina di nome Aya che deve salvare il padre, scienziato pazzo che fa esperimenti sulle persone assieme all’assistente Maria. Una maledizione ha colpito il castello dove abitano, i cadaveri hanno preso vita e hanno portato via l’amato genitore.Basta, fine.
Il gioco non prende perché non c’è mai nulla da scoprire, sappiamo quasi tutto fin dall'inizio e quello che non sappiamo è superfluo o facilmente intuibile.
Sebbene nel corso del gioco siano presenti personaggi minori, di cui ci viene mostrato un brevissimo frammento del passato o con cui interagiamo per qualche tempo si ha la totale assenza di sotto trame cosa che avrebbe allungato la longevità del gioco oltre a rendere i “mostri” decisamente più inquietanti e interessanti.
Per esempio chi è il ragazzo biondo/fantasma biondo che nel finale vero ci salva la pelle? Perché, a differenza di altri cadaveri, vuole la salvezza della piccola Aya? Non lo sappiamo, non ci è dato né ci sarà mai dato saperlo.
Ma la cosa peggiore del gioco è sicuramente la psicologia dei personaggi perché è inesistente, buttata lì alla meglio, semplicemente assurda; a partire dalla protagonista le reazioni sono completamente fuori luogo. La bambina sa da subito, o comunque quasi subito, che il padre è un pazzo omicida che uccide e tortura la gente nel suo laboratorio per esperimenti umani e per tutto il gioco è completamente o quasi inestensibile di fronte al dolore dei morti che incontra, anche con quelli che le fanno “vivere” un pezzo della loro dolorosa storia, non gliene frega nulla, vuole solo salvare il padre. In quello che poi è il vero finale scopriamo che ha deciso di seguire le orme di quest’ultimo, nonostante stesse per essere uccisa lei stessa. E tutto ciò senza uno stralcio di motivazione.
Il personaggio del padre poi, bah. E’ uno scienziato pazzo, fine, non ha nessuna altra minima caratteristica. Tra l’altro la sua personalità fosse sembra costruita prendendo frasi a caso dal grande barattolo dei cliché .
Sul gameplay nulla da dire, carino e di media difficoltà.
Un’altra e ultima cosa che non mi è piaciuta ( anzi questa l’ho trovata decisamente imbarazzante) è un elemento della colonna sonora, ovvero quello che si sente quando Aya viene afferrata ed è necessario liberarsi …un “tunz tunz” senza alcuna connessione a quello che si vede o che si è visto. Giuro mi domando cosa avesse in mente chi ce l’ha messo.


In poche parole, se avete del tempo da passare e vi va di giocare a qualcosa dalle tematiche orrifiche giocateci ma se cercate anche solo un qualcosina di più meglio lasciar perdere.
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